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#15] Bandiera a scacchi.

Mentre ascolto i Carolina Liar e mi mangio un pezzo di torta Marble Fudge ricoperta di Caramel Frosting, penso che tutto sommato se Rihi, la BesHtia, il babbo, i nonni e il gatto mi raggiungessero qui, potrei anche provare a rimanere da illegale. Internet funziona, Walgreen’s per me (e per Kelly, la sorella di Meghan che è stata il vero motivo per cui ho iniziato con la sindrome WillyWonka da bagno,ndr) è come mettere un Crackhead in una Crackhouse [cit.] per quanto riguarda i prodotti da bagno, l’iPhone 3g te lo tirano dietro, i giubbotti assolutamente obbligatori di H&M come quello che mi sono accaparrata oggi costano sessanta dollari anziche ottanta euro e soprattutto, c’è spazio per il cervello.

C’è spazio. Ti senti bene mentre nessuno ti guarda male perché stai leggendo il "Gay City" per la curiosità di un quotidiano mai sfogliato prima, mentre attraversi il cuore pulsante di Times Square e stai per scendere le scalette che portano al submondo lezzo e vivo della metropolitana, ti senti schifosamente bene mentre aspetti quarantacinque minuti seduta appoggiata alla fontana di Washington Square, non realizzando che è QUELLO l’arco che si vede in "Friends", ti senti bene mentre schiacci un pisolino sul prato davanti alla postazione turistica delle Niagara Falls e ti puoi permettere di dormire con accanto la borsa, e soprattutto abbracciata alla 400D per il solo gusto di farlo perché tanto in Canada non ti deruba nessuno. Al massimo quando ti svegli hai accanto un gabbiano e le lenti degli occhiali da sole bagnate dal mist delle cascate. Ti senti bene quando le parrucchiere venezuelane importate sforbiciano di gusto intorno al tuo cervello e ti alleggeriscono per quella mezzoretta il peso dei pensieri. Ti senti bene sulla Green Line che porta a Chidowntown e sulla quale chiacchieri con gli sconosciuti come niente fosse.

Ti senti bene ad offrire un dollaro, un miserrimo dollaro, ad una sudamericana che di notte alla fermata di Port Authority tiene sulle ginocchia il cartello "Help me get out prostitution" e ti senti altrettanto bene a fermarti ad intrattenere due chiacchiere con la vecchina disegnatrice sosia di John Lennon. Non ti senti fuori posto nello scorrere lento e sempre uguale eppure tremendamente vivo di miriadi di esistenze sconosciute che si sfiorano e non si toccano, lungo la fifth Avenue, e ti senti a casa a fare quei cinque piani di scale che portano sopra al ristorante "Panna II" in quel monolocale raffazzonato dove Blake e soprattutto Pia fanno gli onori di casa, non ti senti a disagio a lasciarti cadere stanca morta sul divano più scomodo del mondo dopo aver visto e sentito e toccato e assaggiato e annusato una quantità indegna di vita in una giornata troppo lunga nella città che non dorme mai. Tutto sommato pensi che è un mondo al quale potresti appartenere, che forse è meno straniero di quanto lo sia quella che il passaporto dice essere casa tua. Il sorriso di un vecchietto che si fa fotografare senza sputarti in viso come accadrebbe senza mezzi termini in Italia, per quella stramaledetta e angusta mancanza di spazio fisico e mentale che ci contraddistingue, da queste parti scalda il cuore più di quanto si possa credere. E tutto sommato pensi che ci stai bene, nella Windy City sul Lake Michigan col cappuccio tirato su lungo State Street, camminando tre miglia di notte giù per Harlem Road per rincasare dove cinque anni prima rincasavi da diciottenne ignorante nei confronti di quello che adesso è il tuo mondo.

 Pensi che anche se non somigli più assolutamente a quella biondina dai lineamenti ordinari e dallo sguardo fermo, che anche se adesso la bocca è spesso contratta in un’espressione indurita dagli avvenimenti, che anche se i capelli si sono scuriti come l’umore e gli occhi troppo spesso puntano in basso, beh… Pensi che Adesso hai il cuore abbastanza aperto per perderti nelle vite degli altri, per non perderti nessun dettaglio, come il palloncino che è sfuggito di mano ieri alla bimba su Ohio Street e probabilmente solo tu nello stramaledetto mondo ti sei presa un momento per goderti quella scena. Non era così a suo tempo, quando sembrava essere tutto sicuro e già scritto. Niente è già scritto, tutto si sgretola, ma per dare vita a qualcosa di totalmente inatteso e nuovo. Come lo scoprire la capacità di agganciare alla gola i sentimenti degli sconosciuti in un battito d’otturatore e portarseli a casa. E imparare da questi.

Perché questo è stato. Tredici giorni senza tempo di respirare, troppi chilometri per una tabella di marcia fatta da un essere umano ponderato. Anzi più d’uno. Metà Stati Uniti d’America in linea d’aria. Dall’Hudson River al Lago Michigan, passando per il lato rumoroso, rossobianco e ricco di foglie d’acero del Cappello d’America con le sue cascate.

Tredici giorni, poco più di duecentocinquanta ore per percorrere linee d’aria, d’acqua e di terra, strade ferrate, suole di scarpe e sguardi scambiati, e caffè bevuti e tratte notturne assolutamente poco ortodosse per la loro scomodità. Pasti inusitati ad orari strani, conoscenze, mani strette, permettere a persone che probabilmente non rivedrai mai di capire per un attimo chi sei, il sorriso del barista che mi informa sul treno per Chicago che il breakfast basket l’ha finito da due ore e mi rifila dei frosties estremamente tossici e due cartoccini di latte, le sfuriate, le corse lungo la fifth avenue in direzione Central Park con stop & go in chiesa per vedere se c’è la wireless. Sotto una pioggia battente con tanto di tuoni e fulmini alle spalle del Rockfeller Center.

Cercare con gli occhi il fantasma di Frida (Kahlo) nelle strade che ha condiviso con Diego (Rivera) perché ti senti esattamente come lei, fissarla mentre nell’autoritratto con capelli corti ti guarda beffarda da una tela appesa dal muro del MoMa, e andare il giorno dopo a perdere centimetri di capelli a tua volta. I bambini che fissano stupiti ogni cosa, e la capacità di far sorridere gli sconosciuti prima o dopo avergli puntato un obiettivo in faccia. Questo io voglio, sempre. Scenari surreali che si portino via a morsi la disillusione che nutro da troppo tempo nei confronti di tutto. Continuare a vedere il mondo da dentro, con i nervi scoperti e le vene che pulsano. Il resto è turismo fatto male.

E prima di risalire su un aereo che da Varsavia mi riporterà a Roma e che al momento NON voglio assolutamente prendere, vi prego di ricordarvi:

I went to the woods because I wished to live deliberately, to front only the essential facts of life, and see if I could not learn what it had to teach, and not, when I came to die, discover that I had not lived. I did not wish to live what was not life, living is so dear; nor did I wish to practise resignation, unless it was quite necessary. I wanted to live deep and suck out all the marrow of life, to live so sturdily and Spartan- like as to put to rout all that was not life, to cut a broad swath and shave close, to drive life into a corner, and reduce it to its lowest terms, and, if it proved to be mean, why then to get the whole and genuine meanness of it, and publish its meanness to the world; or if it were sublime, to know it by experience, and be able to give a true account of it in my next excursion.

H.D. Thoreau c’aveva una quantità indegna di ragione.


[Non preoccupatevi, il mio sentimentalismo dell'ultim'ora non mi esenta dal compito di documentare l'awkwardness che ho intorno. :) ]

Metti un pranzo domenicale a Chitown da "Panda Express"..

…E della Geniale e Dissacrante ironia statunitense.

Una catwalk involontaria.

E dei mezzi di locomozione astrusi.


Metti un’espressione alla Eastwood. E un cappello da nondimeno.


O una dichiarazione d’amore da far sciogliere il cuore..


..Perché non della chincaglieria del Latino Festival "Viva Chicago"?

O una diva indiscussa…


O L’Amore per la musica espresso in due battiti di ciglia serrati.

Insomma, qualsiasi lato sia anche un po’ vostro,
Questa è la Mia America.

Ed è stato un immenso piacere condividerla con Voi.

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#14]Chinamexicali!

Logichevolmente, avevo scritto una Meravigliosa review di questo Sabato, ma la connessione è saltata facendo dal nulla anche saltare la pagina di Splinder in questione. Essendo io CORIACEA, la riscriverò.

Il quartiere di questa città che va sotto il nome di Pilsen è il Messico. Sembra di aver passato la frontiera senza essersene resi conto. E te ne accorgi appena esci dalla metro, dove ‘na valanga di graffiti in pieno stile Frida Kahlo ti accoglie festosa. Teschi mexicali ovunque.
Cento metri lungo la via principale -18th street- e si è immersi in un’atmosfera totalmente irreale. Le insegne sono nuovamente dipinte e non fatte digitalmente, proprio come a Panama. Le cevicherias si sprecano, i vicoli sono pericolosamente oscuri. Mi sono data un contegno nel fotografare gli sconosciuti visto che i ragazzetti si radunano in gangs nelle case abbandonate con dei segni peculiarmente distintivi sulle porte. Non mi sembrava il caso. Ci sono comunque panaderias e casas de cambio, e le vecchine nei negozi basiscono se tu, piccolo bianco caucasico e gringo all’apparenza, sai parlare spagnolo con la calata dell’America Centrale. Divertente.
Pilsen è inoltre stracolma di negozietti vintage dove ho trovato prima un golfino di cachemere a otto dollari e poi un abito assurdo anni cinquanta che la Bettie Page de noattri mi avrebbe obbligato ad acquistare col coltello alla gola. Non so perché ma ho lasciato lì entrambi, non ero in vena di shopping. Preferivo fotografare vetrine dall’aria estremamente seventies.

  Hey, Greengo!

A Pilsen hanno le idee chiare.


Ripartenza da Pilsen alla volta di Chinatown.
All’altezza di Cermak St. la mia dispotica necessità di un bagno ci ha portati ad imbatterci in questo Assurdo Locus. "Steak & Egger" pare uscito dall’ultima tarantinata dell’anno, e devo dire che forse è il posto più folkloristico che io abbia visitato finora. Fuori cade a pezzi, dentro è peggio. Ma nonostante questo e nonostante l’entourage sudamericano che lo gestisce e che ieri era tutto preso dal tagliare e invaschettare del pico de gallo -spero per voi non lo abbiate mai provato, essendo esso INSOPPORTABILE- devo ammettere che aveva il fascino dell’American Classic. Two Thumbs up. Soprattutto per il milkshake alla fragola che è perdurato per quarantacinque minuti data la misura e la consistenza marmorea, e anche per la clientela Veramente locale che popolava l’esercizio. Senza motivo, in bagno c’avevano un freddo Polare.

Chinatown è seriamente la Cina. Ha ovviamente il portale in questione per entrarci, e altrettanto ovviamente è piena di negozi duplicati modalità tipo replicante di Blade Runner, dove tutti vendono le stesse cose. Che poi sono: MANEKI NEKO GRASSISSIMI, GINGILLI DI FINTA GIADA, LANTERNE, SET DA THé, ASSURDITA’ KAWAII RANDOM. Moltiplicate per mille. Ne sono uscita economicamente indenne, portando via appunto un neko-plushie, una qualche cazzata di chococat e pandapple e un appuntalapis a forma di ramen. Ho lasciato lì i trespoli di Supermario. Ma erano notevoli. Ah, vendono anche le scatole sorpresa prezzo fisso 2.50$, non sai cosa ci trovi dentro. Io, oltre una colonia di germi swine flu, ho ramazzato un ventilatore di Hello Kitty. Un altro, oh vov.
Mi hanno dovuta tirare fuori con la forza, e non scherzo, da quel luogo di Satana dove vendono i cuscini luuuuuuuunghi a forma di Tare Panda.


"I’m collecting strangers…" "Yes, so they become your friends."
Dialogo tra me e un omino in metro, che aveva Tantissima ragione in merito.
Indipercu
i…


Ecco.


In chiusura, random.
Sono stata advised più volte sul cercare di vendere qualche immagine di street photography. Ed è esattamente quello che farò. Proverò a mettermi in contatto con Gettys e qualche altra maggiore banca dati, per vedere se… Non si sa mai. Vai a capire i casi dell’umana esistenza, tanto vale che provi.
Di poi, ieri mi sono fotograficamente innamorata di Dorothea Lange. Documentatevi, perché ne vale schifosamente la pena.

Inoltre, ieri è riapparso dopo anni cinque, il fratello maggiore di Meghan che voleva sposarmi per farmi avere la green card, il mio ultimo giorno qui al tempo. La cosa curiosa è che prima non mi ha riconosciuto e faceva il simphatiko random, POI quando gli ho messo davanti la foto di me datata duemilaquattro, ha avuto un crescendo di facce del tipo:

"o____o’."
"o_______________________O!"
"O______________________________________________O ODDIO ORA MI RICORDO DI TE!"

E dopo aver cambiato ottocentosedici colori, beh i suoi proponimenti in merito sono rimasti pretty much the same. Si è autoinvitato in Italia, s’ha a andà bene di nulla. Pfffffff. Che pazienza che ce vò.
Quanto all’immagine lì sotto, anzi le immagini, sono entrambe scattate dentro Walgreen’s.
Io AMO Walgreen’s cazzo. ADORO quel posto. Ti tirano dietro DI TUTTO ad un prezzo ridicolo. Come potete notare, anche le mele caramellate in single portions, ready set go it’s time to run, parafrasando Kaulitz e soci (ih). Credo seriamente siano il cibo più tossico mai visto. Non si può dire lo stesso della Deep Dish Pizza di Giordano’s. Essa è una cosa alta tre dita, con dei bordi spessissimi, riempita all’inverosimile di formaggio e ricoperta poi di salsa di pomodoro. Una piscina per lillipuziani in vena di carboidrati. Ne ho mangiata una fetta e ho seriamente pensato di rimanerci. Non c’ho più il fisico, neanche per l’ipernutrizione d’oltreoceano. E ora aggiorno, che è meglio.


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#13] *It’s my kind of town….. (8)*

Il problema con questi luoghi d’oltreoceano, è che ti vien voglia di camminare.
E cammini. Oh se cammini. Ti togli la voglia di camminare. Ovviamente oggi non è stato da meno. Mi verranno i polpacci da calciatore fallito se continuo così. Ma anche no.

Dopo una sveglia in tutta calma verso mezzogiorno e mezzo, e doccia d’ordinanza con ottomilanovecentosei prodotti diversi (in effetti, la mia sindrome di Willy Wonka ora che ci penso è iniziata esattamente in questo luogo!) si parte alla volta di Chidowntown in metro. Per arrivare alla stazione di Harlem è stato fatto il giro pesca turistico dell’anno che mi ha comunque portato a vedere numero due lepri, tre scoiattoli, un paio di ciclisti ghetto style che in realtà ancora vanno all’asilo, e un tassista folle che mentre ci dava indicazioni continuava a far andare il tassametro, facendo incazzare come un’ape l’arzilla vecchina che stava portando non so dove.

Arrivati all’agognata stazione, ciarla di rito con i baristi ai quali è stato comprato un caffè lungo quanto il Magnificent Mile. In effetti chiamarlo caffè è uno zinzino pretenzioso, diciamo "liquido bollente che da lontano ricorda qualcosa contenente della caffeina. Forse." ecco sì è più appropriato. Green Line fino a State Street, passando per tutti i Suburbs VERAMENTE marci. Io che comincio già ad infastidire gli sconosciuti (le sconosciute, in realtà) sulla ballonzolante carrozza del ferromezzo urbano.

State Street di pomeriggio è incredibilmente poco popolata. Continuo a ripetere che questo posto non somiglia alla Grande Mela neanche un po’. New York era uno stimolatore plurisensoriale per nervi scoperti. Arrivava dritta come un calcio in bocca. Pungeva come jalapeño ingurgitato a morsi, arrivava ad essere fastidiosa per quanto entrante nel cervello fosse. Ma a pensarci bene, è quello il suo fascino. Quel lasciare spiazzati, quella capacità curiosa di farti sentire un essere umano completo mentre con le cuffie nelle orecchie cammini giù per la 42esima e ti avvii a prendere la linea sette verso Grand Central, sorseggiando una schifezza qualsiasi di Starbucks ed essendo nella stessa condizione di centinaia di manciate di estranei intorno a te. Sconosciuti ma assolutamente consci di far parte di un unico organismo vivo e pulsante. Ecco, qui la situazione è diversa.

Chitown si stende sorniona verso la riva lacustre. Parigina, in alcuni scorci. Elegante quanto vuoi, pacata però. Non rimbomba nelle orecchie, non ti fa colare di sudore  ogni volta che scendi in metropolitana, non ti toglie il respiro dopo cento metri fatti a piedi. Chitown ha la classe di una signora sposata e benestante. Tutti sembrano sempre sapere dove vanno e cosa fanno, tutti ti guardano male se provi a fotografarli di sgamo. E ti beccano, ovvio. Chitown è silenziosa. Le macchine si fermano al loro rosso e ti schiacciano se provi a passarci tu, con il semaforo che dice "don’t walk". Chitown è piena di pub dove la sera DENTRO si fa del casino ma fuori non si sente volare una mosca. In una parola? E’ quadrata. In ogni senso, tranne che geograficamente. La metro è ‘na cazzata da prendere, non puoi sbagliare fermata. I ponti che tagliano il Chicago River sono sempre lì. LaSalle è lì dove l’avevo lasciata cinque anni fa, la luce è quella grigiopiombo ginevrina descritta da Kundera, nei giorni in cui non si vede il sole (cioè due su tre, finora -,-) e invece somiglia a quella di Parigi d’inverno, oro sbiadito e ovattato, quando il vento del Lake Michigan spazza via i cirrocumuli. E’ una città normale. Bellissima, ma normale. Ha fascino, non si può dire di no. Le cromature vecchio stile della sopraelevata, l’architettura classicheggiante spezzata dai grattacieli, lo skyline che si riflette sul lago. Ha fascino, ineccepibile. Ma è uno charme già visto, per noi italiani abituati al Bello. E poi non lo so. Ripeto, dopo il Lower East Side e camminare su per Museum Mile dove a destra hai Central Park e a sinistra il Guggenheim, mi sento un attimino viziata. New York ha fatto di me una bambina viziata, per quanto riguarda le prospettive culturali. Doveva succedere, lo sapevo.

Scusate, ho divagato. Dicevo… Oggi. Sì.
Arrivo pomeridiano. Incontro con una valanga di spostati che squattavano Lincoln Square in bicicletta. Ho scoperto poi trattarsi della Critical Mass, ovvero di quelli che protestano bloccando il traffico. In bicicletta. Oggi pomeriggio erano lì tutti impegnati ad organizzare la protesta  e rimettere a posto le catene dei velocipedi. Assurdi. Ovviamente ho dovuto fotografarli.


Di nuovo Millenium Park, di nuovo Giant Bean.

Poi, camminata assurda giù per State & Ohio Street. Osservazione accurata del secondo piano di Urban Outfitters, dove vendono una fujifilm che fa delle pola formato credit card. Se non fosse che una pellicola da dieci pose costa trenta bucks, avevo già acquistato tutto il cucuzzaro e me l’ero portato in qua. Poi. Le cuffie serie. Wesc. Cinquanta dollari. Su quelle ci devo pensare. Sono viola e sono tamarre e grosse. Oh sì. Poi già che c’ero ho provato praticamente Tutto, per non comprare nulla. Per il semplice motivo che lì accanto risiede un secondo punto vendita di Forever Twentyone che mi ha donato per la modica cifra di euro trentadue una camicia di flanella kurtiana ma sui toni del blue, una felpa zebrata terribilmente figa e un ciondolo assai serio a forma di cuore. Trentadue euro. Quarantasei dollari. Morirò quando dovrò tornare all’euro. Lo so. Sconosciuti random, per non perdere il vizio:


Ah, a proposito, su State Street in dieci minuti ho socializzato prima con una vecchina che aveva passato le ultime cinque ore a disegnare l’orologio che aveva davanti, e che mi ha poi detto che da giovane era stata in Italia. E Dopo ho fatto l’elemosina a una combriccola di sconvolti che avevano salvato Simon -un gatto a strisce ndr- da morte sicura visto che ha tre mesi, dorme accoccolato nell’incavo dei polpacci della sconvolta-capo e fa le fusa se lo guardi. Gentilmente era stato abbandonato intorno a Lake Street. Gli ho devoluto l’unico dollaro spicciolo che avevo, hanno apprezzato.


Cena da America’s Dog, che è il posto #1 votato dai Chicagoans per andare a mangiare i caldicani,pare. Tra l’altro in questo amèno locus mi hanno gentilmente fatto il Chicago Dog col veggiecoso, anziché con suini random. Adoro questo paese, esiste la veggie version di esattamente ogni cosa. <3 Dramma sulle bevande. Ho provato il fruit punch della Tropicana è fa Schifo. Ho provato il thé dolce al lampone e per dio fa ancora più schifo. Per contrappasso ho provato il thé non dolce, ed era ‘na tragedia. Alla fine ho preso l’acqua. Comunque, bevandagate a parte, posto carinissimo dove si cena con otto dollari a capoccia. E c’è la wireless gratis. Naturalmente mi sono data un tono cercando su google maps come arrivare da Wabash Street al Navy Pier. Me l’ha poi dovuto rispiegare l’inserviente messicano, ma vuoi mettere stare lì a far finta di sapere cosa si sta facendo, digitando su tastini random? u___u”


E comunque, Navy Pier fu.
Tre chilometri all’andata e altrettanti al ritorno. Logicamente a piedi, per vedere meglio Chiladytown vestita da sera.

Sì perché questo posto di notte prende dei toni altezzosissimi. L’intera illuminazione urbana è gialloacceso. E grattacieli giganteschi zeppi di lucine ti appaiono da un angolo quando non te li aspetti. E di senzatetto ce ne sono relativamente pochi.

 Dopo una ventina di minuti di passeggiatina a passo svelto, bandiera a scacchi al Navy Pier.

 Esattamente come lo ricordavo, solo che il cartello del Children’s Museum all’entrata ha qualche lettera di meno che funziona. Dentro, alle bancarelle c’erano come cinque anni fa le mandorle pralinate alla cannella. Sono partita a razzo seguendo la traccia olfattiva e non ne sono rimasta delusa, ovvio. Accanto a questa simpatica delizia ipercalorica c’erano una quantità di rivenditori di cose assurde tipo maglie che cambiano colore alla luce del sole, un negozio con SOLO magneti, una tipa che faceva i cartelli personalizzati e un sacco di altre chincaglierie random. Ho speso una quantità ragionevole di bucks, prima di fare il biglietto per la Ferris Wheel panoramica.


Come mi ricordavo, c’è The Voice che canta "it’s myyyyy kind of toooownnnnn, Chicaaaagoooooooo…!" mentre sali su svariate decine di metri su quei cosini dondolanti e ti godi lo skyline sbrilluccicante. I tizi che fanno le foto prima di salire le fanno MALE con una D300. Perché non ci mettono me a lavorare?


 Eccheccaz. Dopo la parentesi ruota panoramica, correlata di video fatti col cellulare in cui esordisco con "Sai bello se casca?", tre chilometri di prima ma nel senso opposto, Green Line station di State Street. Ad una tipa assurda è caduto un dollaro dal portafoglio e mentre glielo stavo ridando mi fa "No, no, tienilo, magari ti porta fortuna!". Ecco, ho deciso che non lo spenderò mai. Magari leggo i numeri di serie e scopro che hanno qualcosa da dirmi. Vedremo. All’altezza della fermata di Lake Street un cinese manca clamorosamente la fermata stessa, mi guarda e mi fa "Did I miss Lake Street?" e io "Mhh…Yep!" e lui "How do I do now?Tell me?" e io "Mhhh…Let’s see. You get off at Clinton, get down the stairs, get up the other side and take the other train down to Lake Street,mh?!" e lui "Oh I see.. I go *ffffssssttttt – mimando un semicerchio con le mani*, yes yes, I go *ffffsssstttt*!" dopodiché scende. I freaks of nature tutti io, non me ne scappa uno.

Domani Pilsen+Chinatown. Il che significa, full immersion nel mondo messicano prima e in quello dei cinesi importati dopo. Sarà assolutamente interessante.

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#12] A Day in Chi-Town!

Oggi, giornata girls only. Taking over Chi-town in compagnia di Meghan, dopo la bellezza di cinque anni (L).  Con ordine. Per quanto il Margarita family size ingurgitato a cena non sia un granché fanatico dell’ordine cerebrale in questo momento.

La giornata è iniziata con tutta calma a mezzogiorno. Una volta ogni tanto concedetemelo, è una settimana che cammino/cammino/cammino e non dormo, sono prossima alla morte fisica. Dopo una colazione coi soliti cereali buonissimi ameriHani, train blue line fino a down-chi-town. Stop & go da Starbucks perché ormai sono addicted al White Mocha w/cream on top (lo so che ce la mettono COMUNQUE ma io la chiedo lo stesso, non sia mai che se ne scordino, ecco.) e squatting del Museum of Contemporary Art, dove ho scoperto che posso realizzare anche io un buon settanta per cento delle opere in mostra. Il rimanente trenta per cento è pericolosamente fico e ispirante. Ecco. All’uscita sono stata fotografata da uno che ho fotografato io. Aveva la Canon AE-1, lui. Magari ce l’avessi avuta io, aggiungo. Cinque minuti prima avevo investito 24$ nella Borsa Definitiva, al negozio che vende le cose assurde tipo tazza fatta a forma di goccia di latte che cade, di silicone morbido. La voglio.
In ogni caso, ecco la borsa che è TROPPO mia:

Gingillo-filtro che fa il kaleidoskope effect se messo davanti alla lente:

Lo so, lo so. E’ esposta male. LO SO. fff.

Museums Are Now. Le scale del museo d’arte contemporanea a Chitown parlano.



Tappa numero due: Michigan Avenue. Sono entrata a razzo da Forever XXI, che è uno di quei negozi che da noi non arriveranno praticamente MAI. Ne sono uscita alleggerita di 18$ e una camicia quadrettata pericolosamente figa e che completa il mio look da alienata, in tutta la sua flanellosità Kurtiana. Domani ripasso a prendere la tee-shirt che dice "Be Nice to Nerds", mi pare assolutamente doverosa.

(L’artista [si] riflette in un vetro lezzo downtown)


Altri interessanti punti vendita, oltre un Apple Store immane e un Disney Store grosso come la stazione centrale di Firenze, direi che sono Urban Outfitters, che si è messo a vendere il libro di "I can haz cheezeburger" che sarà il mio prossimo investimento dei prossimi giorni. C’è il gatto censore che blocca il mature content, quello emo che odia le cose belle, quello che NOM NOM NOM. Dovete vedere per capire. Googlate "I can haz cheezeburger" se non sapete cosa sia. Il resto di Michigan Avenue l’ho fatto ad occhi bassi per il terrore di finire le mie liquidità monetarie, cosa che farò sicuramente da qui a Martedì.

Seconda tappa: Millenium Park. C’era gente folle che stava facendo una Jam Session in mezzo al verde, c’erano installazioni architettoniche random e soprattutto c’era quello che non c’era cinque anni fa: IL FAGIOLO GIGANTE! Lascio parlare le immagini.


Meg & Me, turisteggiando sotto al Giant Bean!



Rihi esordirà con "Senza Steve!!" e io le darò ragionissima.


Da lì, Nichols Skyway verso l’Art Institute. Il Nichols è un ponte fichissimo che attraversa in lunghezza buona parte del Millenium, e che da lontano ti fa intravedere LaSalle Street. Per quanto riguarda il museo,se tralasciamo la noia di dover lasciare necessariamente lo zaino con annessa coda, è impeccabile. Forse troppo grande e lievemente incasinato, ma che vuoi che sia, siamo italiani, ci si fa l’abitudine. L’ultima volta "Nightwalks" era da qualche parte di mondo in mostra. Oggi era lì. Edward Hopper e tutta la sua alienazione mi hanno accolta nella sala duecentosessantadue con mio sommo gaudio. C’ho passato davanti dieci minuti. E inoltre, caro Luigi, come vedi ho seguito il tuo consiglio. Rosica pure. u_u’. Il resto del museo l’avevo già spulciato a suo tempo, ma ho buttato di nuovo un occhio sulle opere di Georgia O’Keefe e sulla ricchissima sezione sull’impressionismo. Monet e Toulouse Lautrec a palate. Sì grazie. Tra l’altro il museo in questione oggi pomeriggio era gratis. Mai che accada in Italia, deh. Tornando a noi, dopo Hopper mi sono messa ad inseguire una francesina che stava osservando un quadro di Caillebotte. E il risultato è stato questo.



(Caro Emigrante Per Bischeri, te l’ho salutato. u_u)


(Passante che si riflette in un’opera della galleria fotografica underground dell’Art Institute)


(Niente da invidiare a "Nightwalks", in quanto a Belluria.)

Stranezze di Chitown: PANDA EXPRESS. Io non lo voglio mangiare un plantigrado bianco e nero travestito da tofu con bambù. Diobono.


Uscite dal museo, con le caviglie che imploravano perdono, siamo tornate verso Forest Park. Il viaggio in metro si è concluso con me che rubo un cartello di tutte le linee di Chi-town dalla carrozza. E’ grosso. E’ fico. E me lo appenderò in casa prestissimo. Siamo arrivate in zone consone alle otto con una fame indegna, ed è stato allora che abbiamo realizzato di voler anche bere. Lalo’s ci ha fornito la risposta assoluta, con un margarita alla fragola grosso tre volte quello del Tijuana e un piatto di enchiladas vegetariane che avrebbe sfamato il Congo. Non sono riuscita a finire i solidi -né tantomeno a prendere la banana arrosto come dolce, come avrei voluto- ma ho necessariamente terminato i liquidi con buona pace del mio fegato. Come vuole la tradizione non ho bevuto acqua. E quando ho provato a raggiungere il bagno di questo folkloristico ristorante messicano, beh credetemi, andare dritta è stata un’impresa niente male. Da ripetere.

Prima-Before.

Durante-In the meanwhile.

Dopo, diobono-After.


La serata si è conclusa parlando malissimo del genere maschile con tutte le donne di casa R., che sono tre e hanno una i cojones più quadrati dell’altra. Non avrei potuto chiedere di meglio. Domani vado a fare incursione fotografica al Navy Pier. E prima di andare a nanna (correntemente al mio gmt sono le 2.16 antimeridiane) ecco la carrellata di sconosciuti come di consueto. Chitowners, of course! Enjoy!

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#10] Buffalo. Spero stiantino tutti i tassisti hippies della Terra.

Mentre scrivo sono allocata alla stazione di Buffalo Depew, che somiglia un casino a Firenze Rifredi. Al momento nella sala d’aspetto ci siamo io, le valigie, un vecchino con la coppola bianca che suona la chitarra e la di lui moglie vestita come la Pina Fantozzi con un bastone con i fiori finti appizzati sopra in color viola e giallo limone ed il cappotto spigato nonostante sia il venticinque d’Agosto, due pensionati con baffi e barba bianchi e delle ultrafolkloristiche camicine a fiori (penso fossero diretti ad un retirement in Florida e abbiano sbagliato treno,ndr), un nipponico -mi pare, da lontano non vedo un cazzo- che presto verrà inglobato dal muro perché ‘sto luogo credo sia infestato dagli spiriti maligni e la desolazione più completa. Ve la mostro, in tutto il suo squallido color marroncino di mattonelle slavate che sono lì dagli anni sessanta a dir poco.

Sono le venti e trentotto ora locale, anzi, otto e trentotto postmeridiane per essere conformi con la tradizione del luogo, e il soggiorno in questo antro del male terminerà solo tra esattamente tre ore e ventuno minuti, quando alle ore undici e cinquantanove il ferromezzo Amtrak preposto arriverà a salvare gli astanti dirigendosi verso Chicago dove giungerà solo domattina alle nove e venticinque. In una parola: TRAGEDIA. Anzi, Tragggggedia con otto ggì. Fortunatamente ho cenato da Starbucks un paio d’ore fa così non devo avventurarmi verso l’headquarter di turno dell’H1N1 che in questo caso è rappresentato da un paio di distributori pre-bellici che campeggiano nell’angolo laggiù e ti invitano a scegliere accanto alle M&M’s per l’appunto tra Swine Flu, ebola, colera e peste del Medioevo.

Comunque, questa amèna e frequentatissima stazione ferroviaria si trova esattamente in mezzo al Niente. Il niente nulloso permeato di assenza di materia, per essere precisi. All’incirca a venti minuti e non so quante cazzo di miglia o chilometri dalla stazione degli autobus dove il comodissimo Greyhound si è fermato, downtown. Apriamo ‘na parentesi Greyhound: HANNO LA WIRELESS ON BOARD. E la cosa mi esalta. Puoi bellamente navigare mentre il lago Erie ti passa accanto, o mentre stai per varcare la frontiera Canada-Usa. Fico. Fichissimo. La frontiera in questione è inoltre un fake. C’è un banchino dove ti chiedono dove stai di casa, e poi ce n’è un altro dove ti domandano se hai da mangiare in valigia. Stop. Ottimo.

Fila tutto liscio, se non contiamo che il cinese della fila accanto aveva sette barattoli di bee pollen nel bagaglio a mano e i poliziotti non sapendo a)cosa fosse e b)cosa se ne facesse, l’hanno trattenuto fino all’infinito fermando anche tutti noi. Quando è uscito, il benemerito Chao Lin (nome sinofonetico di default) aveva l’aria basita e gli occhiali appannati dallo sforzo impiegato per far capire agli ultra-labbruti poliziotti di colore che il bee pollen serve nella medicina Yang per curare l’acne. Si è anche affannato a spiegarlo a me, che presa dalla pietà ho finto di dargli spago nel denigrare il border security service a favore della medicina cinese tradizionale. Secondo me trasportava cocaina diretta nella Grande Mela e ne era anche imbottito, ma lasciamo fare.

Sbrigati i compiti di frontiera, dopo un paio di chilometri il Greyhound si ferma, l’autista simpatico che somigliava a Mickey Rooney ci smolla lì bel belli, e la tragedia si manifesta. Essa ha la faccia bonacciona di un figlio dei fiori reprised con tanto di codino e baffoni bianchi e la parlata incomprensibile, e una vettura azzurrina stinta come taxi, con un bagagliaio in cui ci puoi comodamente riporre otto cadaveri fatti a pezzi. Il signor FlowahPowah ci informa che non v’è altro mezzo per raggiungere Depew, e sparlando della crisi si avvia in tangenziale. Venti minuti dopo siamo abbandonati a noi stessi davanti a ‘sta porta che sembra l’accesso ad un obitorio (e l’interno non è assolutamente da meno) con un totale di quaranta dollari di meno in tasca. Fico. Dimenticavo che teoricamente il bus da prendere prima era il Coach Canada e non il Greyhound, ma per motivi non meglio definiti esso è stato perso, ergo altri dieci bucks spesi oltre ai dieci del bus fantasma. Fico, sempre meglio. In effetti è Martedì, e come dice la mia nonnina "Né di Venere né di Marte non si sposa né si parte né si da’ inizio all’arte…." quindi si spiegano tutti gli imprevisti del caso. Ma non finisce qui. Varcata la soglia di Depew (dove al momento fanno inspiegabilmente -20 °C, così dal nulla) il simpaticissimo attendente informa che Amtrak forniva un servizio bus a 2$ da downtown a qui. Scatta il mio vaffanculo mentale.

Mi consolo accampandomi presso una spina così che il netbook (lode e gloria al medesimo) non schianti prima di mezzanotte e auguro il trapasso a tutti i tassisti hippies che hanno fatto il servizio militare in Germania e si sono sbronzati sei anni di fila all’Oktober Fest. Eh che vuoi, per quaranta dollari MINIMO mi aspetto che mi si racconti la storia della vita del conducente, e così è accaduto. Volevo aggiungere due cose, in chiusura. a) Adoro iTunes perché posso fare tutte le playlist compulsive del mondo e rinominare i files e fare tutte le nerdate fighe del caso e b) il padrone dell’ostello delle cascate del Niagara sembrava la versione grassa e grossa di John Travolta. Ma giuro eh, uguale eh, spiccicato eh. Solo, alto due metri. Anche se effettivamente riconosco di non sapere quanto alto sia l’originale. Magari ERA John Travolta, che stanco di aver interpretato prima "Senti Chi Parla" e poi "Pulp Fiction" si è sposato con una hippie dalle caviglie grossissime e le gambe pelose e insieme hanno aperto il Lyons Hostel in cima alla Clifton Hill. Ma in tutto ciò, che fine ha fatto Kristy Halley? Comunque, John/Hippie/Consumatore #1 di Weed delle Niagara Falls in quanto ha sempre il sorriso stampato in faccia qualsiasi cosa tu gli dica e qualsiasi cosa accada, da quando gli ho smollato un paio di immagini per il website mi adora, tanto da mettermi lo zaino nel taxi lui stesso in persona e prendermi entrambe le mani salutandomi con un "Let’s keep in touccchhhhhh!" inclusivo di occhi sbrilluccicosi da manga. Bizzarri individui qui negli Stati Uniti, c’è poco da dire. Dimenticavo di aggiungere che a chiunque suoni alla sua porta per restare una notte, ripete la stessa cosa: "Whhhaaaat? ONE night in one of the World’s Wonders?!?!" e così il malcapitato backpacker rimane almeno per il doppio. Se non il triplo. Effective, va detto.

Oltretutto, ora che mi guardo intorno per bene, ‘sto posto sembra rubato a Silent Hill. Mi aspetto di veder apparire da un momento all’altro la bimba fasciata di bende (che per le cronache postguardistalline dei Grandi Insolati sono io, oltretutto) e rimedio ascoltando brani dance del Cocoricò dalla cartella "Canzoni della Beshtia" e incazzandomi perché non c’è la wireless. Sarà un casino tornare in Italia e non trovare la wireless da nessuna parte. Quasi come quando Blake, brandendo l’iPhone in mezzo alla navata centrale della St. Patrick’s Church (sì, quella in cui si sposano TUTTI nei film che si svolgono a NYC, quella…) l’altro giorno ha esordito con "FOOCK IT! THERE’S NO FUCKIN’ WIRELESS IN HERE!", rivolto alle arcate gotiche l intorno. Sai cosa? Quasi quasi provo in Dòmo la prossima settimana, magari il Vaticano si sta aggiornando.

Avete notato che scrivo meglio? Per forza, mi rifunziona la tastiera dal nulla e non faccio una fatica erculea a digitare i tasti. Sempre lodato sia codesto elemento, era fastidioso pigiare "g" ed ottenere "rhw5hg", dover tornare indietro, cancellare le lettere in eccesso e proseguire, deh. Due chicche due, che mi vengono in mente ora sul momento. Washington Square, la piazza dei freaks in cui i bambini fanno il bagno nella fontana, è la fottuta piazza col fottuto arco che si vede SEMPRE in "Friends". Eccheddiamine, mi c’ha fatto riflettere il francese della stazione dei bus alle Falls -che va a NYC in autobus tra l’altro e secondo me spirerà nottetempo perché anche con tutto il leg-room del mondo dieci ore su un Greyhound sono piuttosto impegnative- e subitaneamente mi sono ricordata dove l’avevo vista. POI mi sono ricordata che c’avevo visto anche Christopher Street. POI mi sono ricordata che "Friends" lo girano nel West Village. Diobono, benvenuto mio cervello in delay…I’ll beeee thereeee foooooor yooooouuuuuu (8). Chicca numero due: in questo paese esiste un canale INTERAMENTE dedicato al meteo. 24:7, c’è solo il meteo, con le musichine rilassanti new age tanto per disporre meglo l’animo dei televedenti. Non ci azzeccano MAI in ogni caso, tranne che per le showers of rain che possono accadere da un momento all’altro, ma "non si gioca con i nani, a vincere son buoni tutti!" (cit.) posso prevedere anche io che potrebbe piovere (leggasi alla Feldman-Igor) da un momento all’altro. Chicca numero due e mezzo: Perché diamine Zach Hyman è stato prima denunciato dall’azienda dei trasporti newyorkese e poi finito sulle web-news di mezzo mondo incluso l’Herald Tribune, il New York Post, il TgCom, un giornale indiano dal nome impronunciabile e praticamente TUTTI i blog di gossip di New York per la foto a Saldana nuda in metro, esattamente tre giorni dopo che gli ho prestato l’accendino (RIHI, QUELLO CON LA RONDINEEE!!Hai l’accendino famosooooh!) e soprattutto PERCHE’ non ho avuto le palle di fare quello che volevo, ovvero una foto con lui? Diobono,e dire che l’ho anche detto: secondo me questo sfonda. Devo fare la strega a tempo pieno. E voglio la sua foto "Kissy Face" appesa in casa. Datemi 4500$ a tale scopo. Ecco.

Occuperò le prossime due ore e quarantacinque minuti, oltre che ad abbigliarmi da talebana perché qui si crepa di freddo, a scaricare ed editare per voialtri i video fatti col telefono, così che possiate capire a quale luogo mi riferisco quando parlo di Washington Square.

Ore ventuno e ventisei: annoto l’arrivo del sosia di Mitch Buchannon di Baywatch vecchio e anche vagamente indioamericano, abbigliato con giubbottino rastafahriano.

Ore ventitrè e cinquantaquattro -a cinque minuti dalla teorica partenza-: annoto ritardo di un’ora del ferromezzo, ambientazione da prigione di Nottingham di Robin Hood "Ogni città qualche guaio ha… Ma qua e là, c’è felicità… Ma non a Nottingham…". Il vecchino stornellatore della sedia accanto, che sta tipo nella Napa Valley (Vedi "The Hangover") ed è un ex hitch-hiker folle, sta facendo degli assoli strappalacrime. Arrivare alle una integri mentalmente sarà dura. Annoto anche che la mia tastiera continua a funzionare, fuck yeah. E le cioccolate calde large cup sono grosse come una coca-cola junior size, ora ci fo il bagno dentro.

….&….

#11] TreNO NOtturNO? Ma anche NO.
valicando stati e stati e stati, emulando Auschwitz.

Buongiorno.
Detto le mie volontà testamentarie da non so dove, accanto mi passano un sacco di alberi.

La situazione da ieri sera si è così evoluta: il treno è partito alle due e trentacinque anziché alle undici e cinquantanove. Nel lasso di tempo suddetto si è svolta la socializzazione con il vecchino chitarrista (ottantunenne, incredibile!), quello della Napa Valley. Scoperto che ha un catamarano ancorato nella San Francisco Bay e che ha fatto il designer per delle torri tv, credo. A seguire, visto che andava online con l’umts, ho attaccato bottone con un texano folle, marinaio, che ha girato mezzo mondo. Mi ha dato n’infarinata sulla geografia statunitense e abbiamo allegramente infamato il servizio treni. Ho scoperto, ma già lo sospettavo, che la tratta passeggeri passa assolutamente in secondo piano rispetto alle rotte commerciali. Il che ti porta a sapere quando parti ma non quando arrivi, visto che i ritardi si accumulano in maniera inquietante. In ogni caso, il marinaio che ha fatto anche il geologo ha cominciato a parlare della regione dei Grandi Laghi, riferendosi ad Ontario, Erie & co. come "These Guys heeeere" and "These Guys theeeeere" and "Without These Guys No Niagara Falls…!" con quell’accento austiniano assurdo: Impagabile! Impagabilissimo! Egli mi ha inoltre rivelato quale sia la Springfield dei Simpson MA non ve lo dirò. Ecco.

Saliti sul treno ci siamo divisi in quanto lui deteneva uno sleeper seat molto molto molto MOLTO più acconcio del sedile sul quale mi sono accasciata io. Appena salgo mi rendo conto che fa un freddo indegno. Ho addosso due golf e la pashmina fashion, e non sono assolutamente sufficienti. Prima di farmi prendere dallo sconforto in ogni caso mi rendo conto che il ragazzo che ho accanto, che è salito a Rochester e arriverà a Chicago -se sopravvive, ovvio-, è in pantaloncini e maglietta. Almeno ha il cuscino, ma sicuramente finirà in ipotermia in tempo zero. Provo a dormire in posizioni svariate quali: seduta, con la testa sulla borsa ma è troppo alta, con la testa sulla borsa canon ma il Metz 48 mi si pianta nel cervello, arricciolata su me stesssa tentando di spaccarmi il collo. Passa un’ora. Ogni quarto d’ora circa io e Roch, non so come si chiama quindi mi riferirò a lui con cotale dicitura, ci guardiamo e scoppiamo a ridere dalla disperazione. Ho puntato i due sedili di uno che scende a Cleveland, magari mi svacco lì, ma il contingente d’aria condizionata è semplicemente insostenibile. Alle tre e quarantacinque ci fermiamo in una stazione fantasma e scende qualcuno dalle retrovie. Il ferroviere sosia di babbo natale ci intima di andare indietro e siccome ho avvistato due file da due vuote, sono già lì. Luce puntata nel ghigno ma almeno posso stendermi. Sono all’incirca le quattro e venti quando cado in coma totale, con l’aria condizionata che mi batte addosso portandomi ad una certa e rapida morte fisica ma non cerebrale. Mi arrotolo la pashmina sugli occhi e spero in qualche entità superiore. Mi sveglio a intervalli regolari di un’ora e dieci per motivi vari tipo: gente che mi vuole portare via il piede perché provo a fare stretching timidamente fuori dal sedile, crampi allucinanti alle spalle e/o alle zampe inferiori, dipende se assumo la posizione laterale o supina tanto son scomode entrambe, e soprattutto UN FREDDO INFAME ALLE VISCERE INTERNE. Verso le sette e mezzo mi rannicchio in posizione fetale prossima alla concretizzazione del surgelamento del corpo, a partire dalla punta delle dita dei piedi. Butto un occhio su Roch, l’ultima volta che l’avevo visto muovere stava tentando di riscaldarsi usando il suo cuscino, ormai non si muove manco più. Non potete capire QUANTO condizionata sia l’aria qui, mai vista una cosa del genere. Comunque, non so cosa succede, dalle otto in poi ho perso il contatto con il contingente esterno e mi sono risvegliata solo alle nove e venti a metà tra i morsi della fame e la nausea, con dei brividi interni allucinanti. Non ho la febbre, sono Highlander.

In coma vigile trotterello fino al bagno, che da ieri sera si è ridotto in condizioni Pietose, e dopo essermi sciacquata la faccia e aver salutato il simpatico cadavere che mi guarda con occhio vacuo dallo specchio, decido che non vale la pena truccarsi. E decido anche che ho fame. Tantissima fame. Mentre mi faccio strada giù per la carrozza noto che Roch è vivo e sveglio e sta leggendo un libro. Non riesco a vedere che libro sia. Mi strascino al bar con fatica per scoprire che le cavallette non hanno lasciato granché e mentre ordino frosties e latte mi rendo conto di una cosa: GLI HAMISH. Il bar è invaso dagli Hamish. Sono l’unica non hamish che se ne sta in piedi in mezzo alle loro barbe folkloristiche, gonnelloni e cuffiette vittoriane. Nessuno mi sorride, mi squadrano piuttosto,e  posso ben capirli in quanto sembro uscita da un centro smistamento di Dacau. Neanche un mezzo sorriso se si fa eccezione per una bimba con degli splendidi occhioni blu,che comunque non ho né la forza e tantomeno il coraggio di fotografare visti i suoi inquietanti parenti. Faccio un conto a vista, ci sono tredici hamish nella Dinette Car. Di varie fogge e colori, età e sesso. Mi fanno una paura folle in quanto stanno fermi e zitti e non stanno costruendo alcuna abitazione lignea. Chissà dove vanno. Pago i miei tre dollari per latte, cereali e caffè nel solito mug gigante di carta, e mentre mi avvio al mio posto con il cestino della merenda degno di Yoghi & Bubu, penso che sarà una giornata inquietantemente lunga. Sono solo le nove e quarantasei antimeridiane, maledetto fuso oriario eastern. Metto su "Lo Shampoo" di Gaber e comincio a fotografare pezzi di treno e pezzi di gente sul treno random. Sìsì..

   Saluti dalla faccia a bischero che sta dietro l’obiettivo, cari!

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#8] Row, row, row your boat.. Gently down the stream.

MA ANCHE NO!

Buongiorno popolo! Godi popolo! Ieri spedizione alle cascate del Niagara, proprio nelle medesime.
Che d
ire? Sono immense, bagnate, e fanno un rumore indegno. Ah e sono anche una delle meraviglie del mondo, giusto!

Trasbordo alla Maid of the mist boat perfetto. Zero ritardi, la coda scorre educatamente, gli omini della sicurezza sono paciocconi. Si nota del tutto che non siamo negli States ma in Canada, ed inizio a capire perché Nicole ne parlava sempre bene (Ciao Nicky, btw!). Scendiamo in ascensore di svariati metri e ci ritroviamo imbarcati in tempo zero su questo mezzo acquatico che è piccino, instabile ed anche dondolante. Annamobbene. In tutto, così ad occhio, ho contato duecento persone forse di più. Ho dimenticato di dire che sono -siamo- tutti abbigliati con impermeabile bluette d’ordinanza che li -ci- fa apparire come condoms di seconda scelta? Ecco, ora l’ho detto. Mhmh, fasssssshionnnnnn!!!!!


Comunque, il giro comincia e in men che non si dica iniz
io a capire la situazione. Acqua. Ovunque. Sotto, sopra, di lato. Secchiate d’acqua. A secchi, veramente. Il rinculo delle cascate che si avvicinano è poderoso, ed io sono troppo impegnata a proteggere la Canon per preoccuparmi di me stessa ed è allora che accade il dramma: il mio impermeabiluccio se ne va. Vola via. Come sospinto da una forza sovrumana si mette a salire verso l’alto e in un attimo mi si sfila dalla testa e mi ritrovo senza. Senza. Lo agguanto al volo prima che finisca in acqua ma è comunque troppo tardi: la scena si è svolta mentre eravamo ESATTAMENTE nel punto più vicino alle cascate, ed io sono totalmente da strizzare. La famigliola di francesi accanto a me ha trovato la cosa molto amusing, e mi ridevano in viso. Simpa. Il water-gate (in tutti i sensi) non mi ha comunque impedito di fare QUESTE foto qui. E quindi… Godi, popolo! :D

Reportage stile Titanic-on-Board dal Maid of The Mist VII.

Cinesina GIUSTAMENTE preoccupata prima di salire.

Assolutamente la mia preferita.

Disagio.



E’ permesso e obbligatorio ricattarmi e deridermi.


Un po’ di tourist snaps. Ma con un twist of style. Eccheccaz.


E un po’ di foto pomeridiane di questo luogo, già che ci siamo…
M
i sto togliendo delle soddisfazioni, va detto.



‘Ennini. Caustica come sono li avrei uccisi a badilate, ma era meritevole fotografarli.

Mi diverto male con prospettive diverse.


Queste due sono un dono per Rihi. Che mi odierà perché voleva fotografarli lei. XD


Prossime news da Chicago, cari!

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#7] North of The Border.

Canada, oh Canada… Quanto sei lontano? Esattamente nove ore di treno, che non finiscono più. Va detto che i ferromezzi locali,comparati a trenitalia sono delle autentichue magioni-reggia su rotaia, ma cazzo dopo nove ore qui dentro inizio a sentirmi un attimo come Jack Torrance a metà stagione all’Overlook Hotel. Darò di matto e ammazzerò tutti, inclusi e per primi i due ebrei kosher della fila accanto. Ma andiamo con ordine. Stamani dopo due ristoratrici ore di sonno (…) mi sono svegliata di pessimo umore. Il tempo era stabile, leggasi bruttino e volubile con caldo e temperature schifide. Ottimo. Con 14.5 chilogrammi sulle spalle, la canon su una spalla e la tracolla sull’altra, trotterellare giù per 1st Ave. è stata un’esperienza alienante. Sherpa. Uno sherpa. Comunque, prima di scendere le scale un’ultima volta ho salutato Pia -che è ultra ciarliera per essere una gatta femmina- e mi sono decisa a rantolare lungo la via con una stretta al cuore. Mi mancherà la minicasa Farber, uff.

Volata modalità Pantani alla stazione della quale porto ancora i segni come mal di spalle distruttivo, arrivo sul filo di lana sudati fracidi e pressati come tante amabili anchovies in a can e boarding su questo simpatico treno, che come dalla stazione di Madrid parte da sottoterra. Ressa similitalica per accaparrarsi un posto, lancio e abbandono del mio zaino nelle mani diddio perché tenerlo ancora addosso mi avrebbe uccisa e via, partenza. Noto con piacere la presenza delle spine per nerdare e la divanosità dei sedili e quasi mi rinfranco quando appaiono loro: i Kosher. E questa sarà una storia lunga.

Lui: giovanissimo, ma in tenuta da rabbino. Lei: vestita in modo assolutamente incongruo e anni Settanta, con turbante in testa. Loro: portano UNO SCATOLONE ma ONE di cibo apposito per loro stessi, e all’alba delle dieci e quindici cominciano a sgranocchiare cose incomprensibili. Sono le diciannove e trentuno adesso e non hanno smesso. Lui: si abbiglia da Rabbi nel corridoio del treno e declama la Torah neanche troppo sottovoce, lei: occupa da sola tre sedili. Loro: mangiano. E impediscono a chiunque altro di sedersi. Io: decido che sarà un Lungo viaggio e inizio a leggere Rushdie. Il resto del tragitto lo passo a sincronizzare il mio iTouch, Brian. Slade. E mi godo un tramonto sull’acqua.

Dopo ben undici ore a causa di ritardi random avviene l’allunaggio e border crossing in terra di bandiere con aceri. Fa freddo, freddissimo rispetto a NYC. E’ buio, e io odio arrivare nei luoghi la sera, ma stavolta farò un’eccezione in quanto il lato canadese delle Falls assomiglia ad una Las Vegas tascabile. Raggiunto l’ostello in Cima a McGrail Ave. si scopre che questo è gestito da due hippies inquietanti. Lui è sicuramente fatto d’erba perché se la prende troppo comoda e ragiona dei fuochi d’artificio per dieci minuti, e devo ammettere che lo invidio. Lei gira senza scarpe e giulivamente ci illustra il palazzo. Bonus: glippi son simpaticoni, c’è il bagno a due passi, è pulitissimo e la wireless prende in camera. Io sono con due ore di sonno sulle spalle dal giorno prima, ho due occhiaie che potrei essere un personaggio di "Trainspotting" MA live fast, ergo Si Esce.

Questo luogo consta SOLO di Clifton Hill e Victoria Rd. ed entrambe sono la patria del Kitsch. Museo del palazzo fatto di Lego, Museo delle cere delle Rockstar, Burger King di Frankenstein, Caramellai e Junk Food ovunque, Ruota Panoramica, Sfingi che parlano, Joker in vetrina nei negozi, cappelli di piume, pasticceri in vetrina che FANNO il caramello,

 Lucine e lucette, Casino, musichette, Rainforest Cafè, Un tarocco di Madame Tussaud’s, Gente Ovunque, Minigolf fluo da giocare al buio, colori sflashanti, e odore di cannella. Capisco dal mio delirio da carenza di sonno di essere al centro del trash. Non mi lascio pregare e mi ci immergo a trecentosessanta gradi. E questi sono i risultati.




e…..

Dio è nella Glaceau Vitamin Water. Credo seriamente che proverò ad importarla.
E po
i…i Colorini. E i gusti assurdi tipo fragola e kiwi. Oddio. Da’ dipendenza.

e questo coso che copre il fabbisogno intero di calorie di una favela di Rio de Janeiro è un brownie con sopra cioccolato bianco fuso. Rihi lo voterebbe 10/10, e io faccio lo stesso. Non sono riuscita a finirlo, sono ‘na tragedia lo so.

Domani, anzi dopo, Niagara Falls "Maid of The Mist Tour".
Ovvero: come SOLO A ME su c
irca duecento scemi vestiti da preservativo bluette, è volato via l’impermeabile sotto le cascate. Non v’erano dubbi. neh? :D

Ah, a proposito… Le cascatine del Niagara sono tipo…Così. :D :D :D !

US Side…


…Canad
ian Side.

Sempre Lode alle esposizioni lunghe trenta secondi, e ora vogliate scusarmi ma ho un tramonto dell’Ontario da fotografare downtown!

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#6] Lasciare le caviglie a NYC



e anche il cuore.

E’ esattamente quanto è accaduto all’intrepida turista per caso, che poi sono io tzk, ieri.

Logicamente per l’assioma dell’ultimo minuto della Legge di Murphy siamo riusciti a fare tutto. E con tutto intendo i biglietti per il trasbordo nella terra degli aceri in corso d’opera da oramai otto ore, la Circle Line Cruise votata 9 su scala decimale di attrazione per turisti, io il Guggenheim, l’Empire Sky Deck e il parrucchiere.Dalle undici antimeridiane a mezzanotte. Dopodiché, la morte. Ma andiamo con ordine.

Risveglio con milleseicentododici gradi alla magione F. che consiste di: una cucina-sala da gioco con un botto di consolles-camera per gli ospiti-salotto-disimpegno, la camera ufficio di B. col condizionatore, la gatta Pia e la wireless da rubare ai vicini e un bagno. E basta. Sarà FORSE grande meno di casa mia e contiene oggetti praticamente in ogni sfruttabile angolo, indi per cui oltre ad avere quel tocco di punkcharme ed essere al quinto piano (sopra DUE ristoranti indiani che hanno al loro interno QUINTALI di lucine accese penzolanti dal soffitto. Tutto l’anno. Vedere prove annesse subito sotto) raggiunge in tempo zero temperature di fusione nucleare. Allora bene. E’ locata come già accennato sulla prima strada di Lower East Side, il che la rende facilissima preda di ogni fenomeno da baraccone. Ma quel quartiere ha that something, in ogni caso. Quel non so che.



voi che dite?


(Hey B., if you look closely you might see Pia waving "Ciao!" to you and us! :D )


Qualcosa che lo rende peculiare rispetto a strade come la 5th all’altezza di Cartier, che altro non è che la gigantografia della nostra Via Cavour. Vuoi mettere con la strada da cui trasmettono l’East Village Radio dallo Scantinato, ad ogni ora del giorno e della notte? Vuoi mettere con la strada ai cui incroci si annusa oppio come foss’antani? Vuoi mettere col caffè gestito da due gayetti da competizione che per colazione mi hanno dato questo?

 - Berries & Chantilly in a Choc Bowl.

Nah. Non vuoi mettere. Non c’è Cartier o Ferragamo o Macy’s che tenga. No way.

Comunque, prima tappa del Sabato mattina: Circle Line. Un’ora e un quarto di barchetta intorno a Manhattan. Io ho fotogrgafato lo skyline per dieci minuti e poi ho iniziato a fare quello che in questi giorni mi rende Davvero contenta: collezione di sconosciuti. Lo so, un giorno mi stroncheranno tutti i denti beccandomi, ma rubargli un attimo e imprigionarlo per sempre, far mio un loro sorriso o una loro smorfia beh…E’ impagabile.

Comunque mi sono dedicata anche al panorama fluviale circostante e a quella bella signorin verdina un po’ in carne, nonché alla ripresa di Gotham City.


Dopo il giro ludico idrico, mi sono avventurata su per la Lexington per andare al Solomon Guggenheim. Devo dire che la struttura interna è paurosamente figa, ma le collezioni striminzitine.


 Sono rimasta delusicchia, ma ho rivisto volentieri "Gruppo in Crinoline" di Kandinskij. Mentre sono in coda per la toilette museale ultrafashion vengo colta da un raptus folle. Voglio, anzi Devo, tagliarmi i capelli. Ora. Immediatamente. Constatando che non ce la farò mai a farmeli fare a Greenwhich Village, volo indietro sulla Lexington ed entro da "Amour de Hair"

 

dal quale uscirò solo un’ora dopo, successivamente ad un taglio allucinantemente Shane effettuato dalla bionda venezuelana che non ricordo come si chiama ma ricordo che mi ha detto di stare attenta alla giugulare perché aveva i postumi della sera prima. Ottimo. Mi affido comunque alle sue manine proferendo  "something boyish BUT feminine" e costei mi accontenta sforbiciando via ciocche e ciocche e ciocche. Risultato? Dal negozio alla Subway sull’86esima -due blocchi, cinque minuti- mi fermano due tipe che volevano farseli tagliare nello stesso modo, chiedendomi da chi e dove li avessi fatti. Una oltretutto era palesemente una milf. Ottimo. Tutta ringalluzzita dal mio cervello sgombro vado verso il Village per il meeting point serale.

Offro una gomma alla fragola ad un barbone che avanza pretese volendo quella sweet e non quella sour e ci scambio due chiacchiere. Porto avanti il progetto-sconosciuti in the subway, con risultati soddisfacenti. *pavoning*



Nel West Village girello alla volta di Washington Square, e continuo ad essere affascinata da quel luogo, dalla gentilezza delle persone che se ti perdi ti accompagnano, dallo Stonewall Inn, dalle casette vittoriane basse e scurite dal fumo, dai parchetti che sbucano dal nulla e dai negozi di Vintage dove ogni volta che passo rischio di vendere un rene. E non sono cari. Per nulla. Niente cena neanche ieri, NYC ti toglie la fame perché sei troppo impegnato ad osservare qualsivoglia cosa ti vada circondando, carica di iperstimolazione sensoriale. Mangi colori, rumori, contatto umano anche irrichiesto. Prendiamo Washington Sq., ieri alle ventuno ore locali c’erano i fenomeni da baraccone che facevano le magie -credo-, quattro invasati a fare il bagno nella fontana (invidia, invidissima), dei manifestanti per un ricorso alle indagini dell’undici Settembre e una miriade di persone. Un punk strafatto mi ha chiesto se volevo cantare mentre lui suonava la chitarra. A QUESTI livelli di anomalia. Ah, ho declinato eh. u__u’.

Tappa successiva: Empire State Building, osservatorio all’86esimo piano. Code indecenti per salire, italiani ovunque e ho battuto i ginocchini sul marmo perché L’IDIOTA dietro di me ha alzato il cordone di velluto per sgamare non vedendo che stavo sgamando io. Niente dentata, sono elegantemente sfracellata al suolo in silenzio cadendo su entrambi i ginocchi e rialzandomi tipo molla fingendo di star bene viste le centinaiaw di persone presenti. New York di notte dall’alto è come non so… Così:



ho l’impressione di aver beccato un ufo in long exposure, lì a sinistra. Perché è così anche nell’originale. E non mi pare un aereo.


e devo dire che a parte la coda ne è stravalsa la pena.

Chiuso col botto camminando per TRENTACINQUE isolati fino all’Apple Store. Trentacinque isolati sono tanti. TANTISSIMI. Si calcola un miglio ogni dieci, credo, le equazioni le fate voi. Le mie caviglie hanno dato forfait agli ultimi cinque e i miei piedi urlavano pietà, ma il fine ha giustificato i mezzi. Entrati, volati, strisciati duecento euro sull’unghia e portato a casa iPod Touch 16giga che sto coccolando Geloserrimamente in quanto segnerà con Safari la fine della mia vita sociale. Addio, è stato bello! Tra l’altro, così en passant fatte le cinque a sincronizzarlo. E fatte le sei a sistemare il blog e scrivere i saluti a Blake che è a suonare a Boston questo weekend. Alle otto stamani la sveglia ha suonato per andare a prendere il treno verso Canada oh Canada, mezzo sul quale sono ora e di cui narrerò dopo, e più volentieri avrei bevuto del cianuro. But it’s New York, baby, and if it never sleeps, neither you do.

Devo scendere da qui, sono seduta da nove ore precise  e penso impazzirò presto. Maledette distanze immense. Edit notturno, ho appena visto che la cosa della mostra di Hyman sta prendendo campo in terra italica e devo ammettere che la cosa mi basisce!!!

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#5] INGLORIOUS BASTERDS.

 Allora, cosa mai e’ accaduto ieri, per me Venerdi’. Beh, tutto. A partire dalla colazione a base di Bagels, che sono buonissimi. Croccanti fuori, morbidi dentro, pomodori e philadelphia all’interno, succhino tropicana per buttarli giu’. Oddio si’, ne voglio ottantasei. Successivamente, guidati dall’autoctono Blake e da Chloe che ancora non ho capito chi sia, sotto il solito clima impietoso abbiamo fatto PARECCHIE miglia a piedi per finire da B&H, dove i simpatici kosher regalavano bicchieri d’acqua all’entrata e anche Eos 40D a quattrocentoventi euro tasse incluse che sono rimaste li’ perche’ noi stupidi mortali non proprietari del negozio piu’ fico del mondo non possiamo strisciare con l’electron nel paradiso del foto & video. Ne’ tantomeno prelevare piu’ di duecentocinquanta euro al giorno e oltretutto i suddetti kosher oggi stavano ben benino chiusi per motivi religiosi impedendomi (oggi per me e’ Sabato, intendensi) di tornare e procacciarmi il bottino. Dio, quanto rosico. No, dicevo…

Di poi, visitare la flower street e l’ufficio delle poste americane in preda al delirio per non aver preso la 40D di cui sopra (ancora rosico,ma me la faro’ prestivamente spedire, tzk) e girovagare fino a ritrovarsi per l’ennesima volta a Times Square. Che, ve lo assicuro, di giorno e’ fottutamente huxleyanamente intrippante. Ti metti fermo e vai in botta da sostanze pesantemente adulterate in quanto sei sopraffatto da colori, rumore, clangore, gente, esseri umani, cose, cartelloni, musica, odore di mandorle caramellate, paccottiglia trash, McDonald’s, grattacieli, gingilli, ambulanti, Police Recruitment che sembra un night club e ogni sorta di cosa assolutamente impensabile. Il tutto con 34 gradi celsius e umidita’ fuori controllo.

 Da Times Square alla quinta. Avenue. Dove ci sono il Plaza Hotel, Central Park e l’Apple Store, nuova mecca della sottoscritta. Beh, a dirla cosi’ sembra facile, neh? Aggiungeteci un temporale mai visto prima, con preludio di nuvole nere fantozziane sul Rockfellah Center e cats and dogs e da un momento all’altro goccioloni grossi quanto padelle e tuoni e fulmini e Freddo (questo assai gradito, va detto). Che si fa? Dopo una parentesi semiseria tipo "passiamo da negozio a negozio per non bagnarci, ripariamoci nella St.Patrick’s church, da bravi.." siamo rapidamente passati a "CORRIAMO COME DEGLI INVASATI GIU’ PER LA QUINTA AVENUE PRENDENDO TUTTE LE POZZANGHERE, FOTTENDOCENE DELLA PIOGGIA E ATTIRANDO L’ATTENZIONE DEI PASSANTI". E correre APPOSITAMENTE sotto il diluvio coi turisti italiani che si riconoscono per i sacchetti di plastica in testa che ti guardano male, passando davanti a Cartier e saltando nelle pozzanghere fino ad arrivare all’Apple Store davanti al plaza con i vestiti incollati addosso, i capelli che grondano rivoli d’acqua e il trucco sciolto in viso, ed entrare cosi’ nella mecca della Mela per scroccare la WiFi. Live Fast. Diobono..

 Naturalmente quell’ameno luogo mi ha rimessa al mondo. Ho tocchicchiato tutto e giocherellato con tutto, e sono ufficialmente passata alla mela, ma quello ve lo narrero’ successivamente. In ogni caso, all’Apple Store in fondo alla 5th Ave, che tra l’altro e’ aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, TUTTI vanno a scroccare internet. Sembra un brulicante alveare di alienati. Giuro. Non divaghiamo.

 Dopo un’ora altamente ricreativa che mi ha fatto volere TUTTO quello che stavo vedendo, asciugata alla bell’e meglio e Assolutamente Impresentabile, giustamente arriva l’ora di andare a conoscere Il Fotografo. R.F., Farber Senior. Insomma, il babbo di Blake. Altra camminata allucinante fino all’upper east side per arrivare in questo fantastico luogo che e’ la casa/galleria dell’artista in questione. Non vi dico niente, andate e documentatevi su www.farber.com …Io vi ammetto che davanti ad un paio di stampe visione live ho avuto veramente i brividi. L’arte di quest’uomo -e la sua personalita’ totalmente rilassante ed easygoing- mi hanno lasciata assolutamente senza parole. E ci siamo ritrovati a guardare "Extreme Restaurants" seduti sul suo divano. Bizzarrescamente surreale. Ad ogni buon conto, dopo le due ore in cui sono caduta in crisi mistica di ispirazione fulminante davanti alle opere del Signor Fotografo, abbiamo raggiunto Luigi, l’emigrante for dummies (http://emigrationfordummies.wordpress.com) col quale avevamo appuntamento alle otto per cenare e andare in missione segreta. Logicamente alle otto eravamo ancora all’altezza di Park Avenue, ma questo fa parte del terribile DNA italico.

Cena da Yum Yum Thai con Clemence, Luigi, Blake & Bro e ritorno alla realta’ in quanto se avete notato non e’ stato nominato cibo dopo il Bagel e no, non e’ un caso. Non ho mai amato i Noodles come ieri sera, giuro. Finito il pit-stop alimentare, via alla volta della missione segreta: "INGLORIOUS BASTERDS". Uscito ieri sera stessa all’Empire di Times Square, visto in prima fila perche’ c’era anche il mondo in quella sala (giuro non potete capire gli Yankees che casino fanno a vedere i film, le risate registrate per le battute delle sitcoms sono sospiri a confronto), quasi tre ore di commozione reverenziale mia nei confronti di Quentin. Grazie Quentin, GRAZIE. Veramente. La sequenza in cui Lei si prepara per la "Revenge of the giant face" con quei particolari sulla veletta nera e sul rossetto, io la ho Adorata. Grazie Quentin, cristo!GRAZIE.

Non ho parole veramente, una perla. Ineccepibile. Si’, potete rosicare. Ampiamente. Sono ancora basita positivamente. Quentino, oh Quentino. Inglorious Basterds. Visto. Non ci posso credere ancora. I particolari, le tarantinate, Hugo, gli scalpi. Me-ra-vi-glia. Ah gia’…Come dite? Nelle lande natali deve ancora uscire…? UPS! MADDAIIIIII?? DAVVERO??? *risata dal retrogusto vagamente mefistofelico*. Cambiando discorso, tanto state gia’ rosicando, DOPO i Basterds, non contenti di quasi centottanta minuti di film, ci siamo Imbucati di nascosto a vedere "UP!"…Dai il cartone animato dell’omino che si porta a giro la casa legata ai palloncini…Ecco, quello. In 3D. Con tanto di occhiali appositi. E’ andata bene che la stanchezza mi abbia vinta e fatta addormentare o avrei SICURAMENTE frignato come faccio ormai SEMPRE davanti alle cose tenerelle, pf. E comunque siamo usciti dall’Empire alle 2.25am dopo esservi entrati alle 10pm. Posso lasciarvi intravedere l’alienazione che questo possa dare.

 Ritorno a casa a piedi o quasi, minitwix messi in freezer a riprendersi dallo shock termico -e questo dovrebbe farvi intendere quanto critico sia il clima da queste parti in questi giorni- e poi a nanna, perche’ oggi ne sono successe anche di piu’. Ma ve le racconto appena passo la frontiera. Ho nove ore di treno verso il Canada per farvi il resoconto odierno, le cascate del Niagara attendono, e sfruttero’ il viaggio negli sconfinati spazi americani extracittadini per narrarvi ben bene che: il Guggenheim e’ sopravvalutato. La statua della Liberta’ e’ verdina. L’empire State Building Observatory di notte e’ una FIGATA immane. I miei capelli sono rimasti praticamente tutti sul pavimento di Amour de Hair su Lexington Avenue. Ho deciso che voglio trasferirmi nel Greenwhich Village, e ci faro’ uno speciale da blog. Descrivervi ben bene come e’ la situazione del Lower East Side. Che e’ pieno di scherzi della natura. Quindi, Stay Tuned!

E ricordate…Esiste, davvero:

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Next:

*Corse in mezzo ai temporali sulla 5th Ave.
*iPod Touch 16gb che domani verrà a casa con me.
*Sette miglia a piedi.
*Case di Fotografi
*West Village e Gay St. che esiste davvero.
*INGLORIOUS BASTERDS visto il primo giorno di programmazione a Times Sq. !!!!!!
*Bagels.
*Ninja.

Per Ora:


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